«Per l’Italia una politica industriale a quattro punte»

//   4 marzo 2012   // 0 Commenti

claudio scajola2

L’Italia esce da un decennio di sostanziale stagnazione economica, anche escludendo la recessione del 2008-2009, ed è entrata in un decennio in cui le prospettive non appaiono molto più brillanti. Secondo le ultime proiezioni, la crescita economica nella prima metà di questo decennio sarà nel complesso piatta, e questo rappresenta già un grande risultato, considerato che nell’anno in corso e nel prossimo avremo una decrescita dell’economia.

Il fardello del debito pubblico, pari quest’anno a circa il 120% del PIL, è divenuto un peso opprimente, da quando i mercati internazionali hanno espresso dubbi sulla solvibilità del Paese, alla luce della mancanza di espansione economica e di un equilibrio di bilancio non ancora raggiunto. Si aggiunga che il rischio di contagio dalla crisi della Grecia è ancora elevato.

Il messaggio che emerge indiscutibilmente è che il Paese deve tornare a crescere e pure a un ritmo sostenuto, mentre non può più contare sulla spesa pubblica in disavanzo per raggiungere questo obiettivo. In altri termini, deve tornare ad operare nell’ambito dei mezzi che ha a disposizione e puntare sul dinamismo delle sue imprese, sulla loro capacità di competere, innovare, ed investire.

L’interrogativo di fondo è quindi: come riportare il Paese su un sentiero di forte crescita? Negli anni scorsi abbiamo sentito più volte da alcune parti la richiesta di una politica industriale, soprattutto di fronte alle crisi che attraversavano importanti settori produttivi. Ancora oggi, di fronte all’assenza di margini d’intervento per politiche della domanda di tipo espansivo, si ritiene che è necessario ricorrere alla politica industriale come principale strumento a disposizione per rilanciare la crescita. Ma può veramente assolvere questo compito? La risposta al quesito è: “solo in parte” e ne spiegherò le ragioni.

Il problemi strutturali di insufficiente crescita debbono ricollegarsi ad alcuni fattori:

• Una modesta competitività sul mercato interno come su quelli esteri, particolarmente nei settori tradizionali di specializzazione, in cui i paesi emergenti sono divenuti concorrenti temibili.

• Le difficoltà ed i ritardi nel rinnovamento dell’apparato produttivo per riposizionarlo sulle fasce alte di valore aggiunto. Non che non si sia progredito in questa direzione, perché molte nostre imprese sono simboli di eccellenza e sono riuscite a conquistare segmenti del mercato mondiale. Ma il loro effetto trainante sullo sviluppo dell’economia interna è limitato.

• Ritardi nell’avanzamento della produttività e dell’innovazione, in tutti i comparti.

• I condizionamenti e i vincoli esterni derivanti dall’UE e dall’euro, che non lasciano più gli stessi spazi di manovra che abbiamo utilizzato fino all’inizio degli anni 90.

Di fronte a questo quadro, quindi, quale è la politica industriale possibile ed efficace? In altri termini, quale politica per le imprese? Certamente, non possiamo assecondare quanti invocano questa politica come strumento di salvataggio di ogni impresa rilevante che non riesca ad essere competitiva, o come difesa ad oltranza dell’esistente piuttosto che come mezzo per costruire il futuro. Dobbiamo piuttosto aiutarle a divenire competitive attraverso processi di ristrutturazione e riposizionamento sui mercati. Soprattutto, dobbiamo fare tesoro delle lezioni e degli errori dei decenni passati. Negli ultimi cinquanta anni l’approccio del Paese verso il sistema produttivo ha attraversato diverse fasi, ma troppo spesso ha agito in ritardo sui grandi cambiamenti in corso nell’economia mondiale. Nei primi decenni del dopoguerra è stato affidato alle imprese a partecipazione o controllo statale il compito di guidare lo sviluppo industriale e dei servizi.

Successivamente, si è passati agli anni della programmazione e poi ai piani di settore, con il corollario di aiuti di Stato, prima selettivi e poi a pioggia. Ma l’UE ha dichiarato molte misure incompatibili con le regole comunitarie per il carattere “verticale” degli interventi. In seguito l’enfasi è stata posta sulle “politiche per il mercato”, che è imperniata su privatizzazioni, politiche per fattori produttivi, per la concorrenza, l’innovazione e la ricerca, ma con interventi di agevolazione di determinati investimenti, come con la legge 488.

Con il governo Berlusconi abbiamo fatto ordine nella selva di agevolazioni ed incentivi, ed è stata impostata una nuova politica industriale tendente ad orientare gli investimenti del settore privato verso determinate aree tecnologicamente avanzate e per il riposizionamento del sistema verso comparti in cui si può acquisire un genuino vantaggio comparato, basato su innovazione e maestria del lavoro degli italiani. Un “orientamento” che si direbbe soffice, niente di prescrittivo, o programmatorio, nell’intento di permettere al sistema produttivo di sfuggire alle forze inerziali che lo portavano verso un’implosione di fronte alla concorrenza dei paesi emergenti e verso una specializzazione nei livelli bassi di tecnologia.

Questo approccio non vuole negare l’importanza di una politica di tipo “orizzontale”, incentrata sul dare spazio alle forze di mercato in un quadro di maggiore concorrenza sia in materia di prodotti che di fattori produttivi, quali lavoro e capitale. Concorrenza invero significa stimolare l’innovazione, la ricerca, il rinnovamento tecnologico, il mirare ad aumentare la produttività e l’investimento.

Ma partendo da una situazione di debolezza competitiva, quale è quella attuale, lasciare solo alle forze di mercato il compito di condurre il passaggio del sistema su livelli di competitività più elevata, avrebbe costi sociali e produttivi troppo elevati. Si rischia di distruggere l’esistente prima ancora di avere creato il nuovo. È necessario invece accompagnare ed agevolare questa transizione con strumenti più efficaci, più rispettosi della concorrenza e pur sempre, compatibili con i vincoli esistenti.

Il primo vincolo è dato dalla carenza di fondi pubblici. Tuttavia, pur nell’ambito delle limitate risorse disponibili, si dovrebbe fare uno sforzo per convogliare più fondi verso il sostegno dei processi di ristrutturazione, sempre che vi siano progetti credibili da parte delle imprese. Il secondo vincolo è costituito dalla normativa comunitaria, che contingenta strettamente la possibilità di concedere aiuti pubblici. Un allentamento si è visto per fronteggiare le conseguenze della grave recessione del 2008-2009. Oggi che siamo nuovamente in recessione, l’Italia dovrebbe chiedere a Bruxelles un altro allentamento, legandolo strettamente alla ristrutturazione o riconversione di comparti del sistema produttivo. Quindi, più concorrenza, ma anche sostegno per facilitare la conversione, in termini di lavoro, capitale e tecnologia.

L’assetto che si propugna è una politica industriale a quattro punte:

1. misure per la concorrenza, ma a certe condizioni;
2. misure di tipo “verticale”, per agevolare lo spostamento delle imprese verso produzioni più competitive;
3. misure “orizzontali” per l’innovazione, la ricerca, il rinnovamento di industria e servizi, la deregolamentazione intelligente;
4. Misure a livello comunitario per una politica commerciale verso l’esterno di tipo strategico, al fine di tutelare le nuove industrie nascenti ed ad alto rischio, che il mercato trova troppo rischiose finanziare.

Per migliorare la competitività di costo, le imprese italiane hanno bisogno di concorrenza sia a valle sui mercati dei prodotti, sia a monte su quelli dei fattori produttivi e del costo dei servizi. Trasporti, energia, poste, sistemi di distribuzione, pubblica amministrazione, logistica, servizi locali alle imprese, assicurazioni e banche, pongono i nostri in condizioni svantaggiate nel confronto con la concorrenza estera. Questi costi vanno decurtati in maniera sostanziale, ma anche in maniera equilibrata.

Non si può accettare che la liberalizzazione della concorrenza tocchi solo alcuni comparti e non altri molto più importanti. E non lo si può accettare neanche in nome della tutela dei campioni nazionali, o del fatto che questi pagano annualmente sostanziosi dividendi al bilancio pubblico, perché si penalizzano le PMI e si riversano costi sull’intero sistema produttivo. I campioni nazionali hanno le forze per essere competitivi e di fatto già lo sono in diversi casi, ma non in tutti.

Il tessuto produttivo italiano è composto da PMI più che quello dei nostri maggior partner commerciali. Queste per competere efficacemente devono inserirsi nelle grandi catene del valore a livello internazionale e anche collegarsi alle grandi catene di distribuzione, interne ed estere. Il mercato oggi ha dimensioni globali. In questa ottica le misure che abbiamo introdotto per aggregare le PMI attorno a imprese leader, ovvero i contratti di rete, vanno potenziate, creando una più forte convenienza per queste imprese a operare in rete.

L’altro fronte caldo è l’export. Attualmente gli unici fattori di crescita sono le esportazioni e gli investimenti. Le PMI necessitano di un’efficace azione di accompagnamento quando si presentano sui mercati esteri. L’abolizione dell’ICE ha lasciato un vuoto che va rapidamente colmato con strumenti meno costosi e più efficaci sul terreno di quei mercati.

Su un livello più generale, bisogna operare a Bruxelles per una politica commerciale verso l’estero che riporti su un piano livellato la concorrenza tra i nostri produttori e quelli extra-comunitari, particolarmente gli emergenti. L’UE ha concesso troppe preferenze a paesi che utilizzano surrettiziamente gli aiuti di Stato per spiazzare la concorrenza.
Una politica industriale a quattro punte può fare molto per la crescita, ma non può fare tutto.

Se il lavoro non si adatta con tempestività ai cambiamenti necessari nel sistema produttivo, ben difficilmente si può tornare a creare nuovi investimenti ed occupazione. Se banche ed assicurazioni privilegiano le posizioni di rendita piuttosto che dare un migliore supporto alle imprese, sarà difficile per le imprese ottenere il capitale necessario per investire. Se il costo dei servizi, compreso il turismo, è penalizzante, sarà più arduo riconquistare margini di competitività.

Pertanto, una efficace politica industriale è necessaria, ma all’unisono con una politica del lavoro, della finanza, del sociale e delle infrastrutture, senza trascurare la necessità di agevolare con strumenti meno costosi e più efficienti le imprese che operano nel Mezzogiorno.

 

 

Claudio Scajola


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